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Wednesday, February 1, 2012

Lezioni di Leadership per il Mondo Reale


by Margaret J. Wheatley
Le persone spesso osservano che la nuova leadership che io propongo, non funziona “nella vita reale”.  Questa “vita reale” richiede efficienza e obbedienza, è gestita dalla burocrazia e governata con leggi e regolamenti. E’ popolata da persone che fanno ciò che gli si dice, che siedono, passivamente, in attesa di istruzioni; e si affida a procedure operative standard definite per ciascuna situazione, anche quando il caos irrompe e le circostanze sono fuori controllo.

Questa “vita reale” è stata inventata dal pensiero occidentale. Noi crediamo che le persone, le organizzazioni e il mondo siano macchine, che possiamo organizzare sistemi complessi perché funzionino come orologi in un mondo immobile. Il lavoro del leader è creare stabilità e controllo, perché senza l’intervento umano, non c’è alcuna speranza di ordine. Si pensa che la maggior parte delle persone siano apatiche, pigre e per niente creative; che le persone hanno bisogno di ordini secchi, che le nuove capacità emergano solo attraverso la formazione. Pensiamo che le persone vengono motivate utilizzando la paura e le ricompense; elementi motivanti come la partecipazione e la generosità vengono ignorati.

Questa non è la vita reale. La vita reale richiede che impariamo a convivere con il caos; richiede che noi comprendiamo ciò che motiva gli esseri umani, che noi adottiamo strategie e comportamenti che portano ordine, non altro caos.

Questa è la vita reale descritta dalla nuova scienza. E’ un mondo di reti interconnesse, in cui lievi scompensi in una parte del sistema creano impatti significativi lontano da dove nascono. E’ un sistema altamente sensibile; i fatti più insignificanti possono esplodere in enormi deflagrazioni e caos. Ma è anche un mondo che cerca l’ordine. Quando il caos irrompe, non solo distrugge la struttura presente, crea anche le condizioni per la formazione di un nuovo ordine. Il cambiamento richiede sempre che si attraversi una notte oscura, in cui tutto cade in pezzi. Tuttavia, se questo periodo di rovina viene usato per creare nuovo significato, allora il caos finisce e un nuovo ordine emerge.

Questo è un mondo che sa come organizzarsi senza “comando e controllo” o carisma. Ovunque la vita si auto-organizza in una rete di relazioni. Quando gli individui scoprono un interesse o una passione comune, si organizzano per far accadere ciò che vogliono. L’auto- organizzazione evoca creatività e porta a risultati, creando sistemi forti e flessibili. Forze e capacità nuove e sorprendenti emergono.

In questo mondo, i “mattoni fondamentali” della vita sono le relazioni, non gli individui.
Niente esiste in sé e per sé, o ha un’identità fissa e definitiva. Tutti siamo “raccolte di potenzialità” (come uno scienziato ha descritto le particelle quantiche.) Le relazioni evocano queste potenzialità. Noi cambiamo incontrando persone differenti, o in circostanze differenti.

In questo momento storico viviamo, presi tra la visione meccanica che non funziona più, ed un nuovo paradigma che abbiamo paura di abbracciare. Ma questo nuovo paradigma porta la promessa di nuove soluzioni per i nostri problemi più irrisolvibili. Per dimostrare questa promessa, voglio applicare le lenti della nuova scienza ad una delle sfide con cui molto spesso siamo costretti a confrontarci nella vita reale: come gestiamo i disastri naturali ed i disastri causati dall’uomo.

Leadership nei disastri: un insegnamento da Katrina

In seguito ad ogni disastro osserviamo il meglio della natura umana ed il peggio della burocrazia. I titoli dei giornali esprimono la nostra frustrazione: “I paesi poveri affermano che gran parte degli aiuti non arrivano alle vittime dei disastri”, “Fallimento del Sistema: Un Indagine su ciò che non ha funzionato a New Orleans,” “La Croce Rossa sotto indagine,” “Un indagine del Congresso  esamina ciò che non ha funzionato”.

Altri titoli parlano del valore di individui e dei soccorsi non ufficiali: “Eroi del mondo reale,” “Chiesa organizzata non è una contraddizione in termini,” “ Non la Croce Rossa, Non l’Esercito della Salvezza, o Fondi Federali ... solo gli amici.”

Mentre le fiamme infuriavano a 400 miglia di distanza, a New Orleans, circa 600 vigili del fuoco provenienti da tutto il paese, sedevano in un hotel di Atlanta e ascoltavano una conferenza della FEMA sulle uguali opportunità,molestie sessuali, e servizio al cliente.
“Il vostro lavoro sarà di relazione con la comunità,” un ufficiale della FEMA diceva ...
“ Distribuirete le brochure della FEMA con i nostri numeri di telefono.”.

Nella stanza tantissimi vigili del fuoco che, come richiesto dalla FEMA, erano perfettamente equipaggiati con le attrezzature da salvataggio, diedero voce alla loro ira. “Questo è ridicolo,” uno di loro urla. “I nostri reparti e sindaci ci hanno mandato quaggiù per salvare persone, e ci costringete a fare questo?” Il dirigente della FEMA sale su una sedia ... e prova a ripristinare l’ordine. “Ora voi siete dipendenti della FEMA, ed eseguite gli ordini e fate come vi si dice” dice, con l’aria di un leader di un esercito di invasione piuttosto che di una squadra di salvataggio ...

[I vigili del fuoco] si sono stancati di oziare in albergo e sono tornati a casa (Time, 2005, 39).

Nonostante questa storia sia terribile, accade sempre in occasione dei disastri. La prima risposta della gente è fare qualunque cosa è nelle loro possibilità per aiutare e salvare altre persone. Raccolgono risorse, inventano soluzioni sul momento, e lavorano instancabili per giorni. Non pensano al rischio o alla ricompensa - questi sono slanci di compassione orientati in modo creativo e per il risultato. Un gruppo di middle-managers della Southwest Bell ha descritto come si sono sentiti in risposta all’attentato di Oklahoma City: “ Non c’era alcun rischio. Era già un disastro completo.”

Tuttavia questi sforzi auto-organizzati sono spesso impediti da ufficiali che si rifiutano di aiutare, o che citano regolamenti, o che insistono sul rispetto di protocolli e procedure. Questa non  è una critica nei confronti di singoli ufficiali - loro stessi sono prigionieri del loro ruolo e non possono agire in modo indipendente. Così Time Magazine descriveva ciò che accadde con Katrina: “ ... ad ogni livello del governo c’era incertezza su chi era responsabile nei momenti cruciali. I leaders avevano paura di agire, riluttanti a spendere denaro, violare regole giurisdizionali, o dare il via a cause legali. Avevano paura, in altre parole, di finire in un articolo proprio come questo”.

Mentre le persone discutevano il loro ruolo e la loro autorità, nessuna si rendeva conto della distruzione e del caos che si andavano sviluppando. Gli ufficiali rispondevano solo a frammenti di informazione scollegati indirizzati al loro reparto. Nessuno comprendeva le informazioni che riceveva, o notava che in realtà vedeva solo una piccola parte di ciò che stava accadendo. C’erano circostanze in cui persone terrorizzate e sofferenti riempivano gli schermi della TV, mentre in un altro schermo, rappresentanti del governo negavano l’esistenza di problemi seri.

Anche prima dell’impatto di Katrina, i decisori chiave a tutti i livelli delgoverno mostravano un’interessante cecità. Anni di simulazioni e analisi avevano creato chiare descrizioni del danno che sarebbe risultato da un uragano di categoria 3 o 4. La distruzione di New Orleans era una delle principali tre potenziali catastrofi nella lista della FEMA. Come è potuto accadere che gli ufficiali fossero così impreparati di fronte a questa eventualità? E perchè furono così lenti a reagire nonostante il Servizio Meteorologico Nazionale aveva individuato Katrina in avvicinamento con assoluta precisione? Era come se i rappresentanti del governo, a tutti i livelli, non potessero comprendere la realtà di ciò che stava per accadere. O non attribuivano credibilità alle informazioni, non riuscivano ad interpretarla in modo corretto, o si autoingannavano dicendosi “non può accadere quà”. Questo è un esempio di cecità rispetto al paradigma, in cui le persone non sono capaci di vedere informazioni che minacciano o mettono in discussione la loro visione del mondo.

Nei giorni successivi a Katrina, la cecità si combinava con il condizionamento burocratico e una opprimente catena di comando. Passi falsi, percezioni errate, ed inerzia si diffondevano a cascata tra le organizzazioni, creando solo più caos.

Tuttavia, in tutto il golfo, le persone si auto-organizzavano con vicini e sconosciuti per aiutare e salvare le persone. Gli sforzi degli operatori delle radio amatoriali creavano una rete di comunicazione immediata ed efficace che ha salvato molte vite. In un caso, stando a Sky Magazine, una famiglia disperata, a New Orleans, non riusciva ad ottenere aiuto dal pronto intervento, ma è riuscita a parlare con un parente a migliaia di chilometri. Lui ha chiamato il suo pronto intervento locale, che ha contattato un radioamatore di New Orleans, che ha ritrasmesso le informazioni a persone del posto che hanno salvato la famiglia.

A differenza delle organizzazioni ufficiali, molti di questi operatori si sono preparati in anticipo.

Si sono riparati in luoghi sicuri, all’asciutto, prima dell’arrivo dell’uragano. Agendo in modo indipendente, ciascuno con il suo generatore e la sua trasmittente, hanno realizzato una potentissima rete di comunicazioni. La loro indipendenza li ha resi estremamente flessibili (resilienti). Se uno di loro non poteva trasmettere, subito subentrava un altro. Agivano in libertà, ma con uno scopo chiaro e condiviso. Questo sono le condizioni che rendono sempre possibile creare ordine nel caos.

I leaders anziani trovano difficoltà ad agire spontaneamente ed in modo indipendente. Qualunque sforzo indipendente è limitato dal bisogno di mantenere il potere e le procedure organizzative. Nella paralisi che si ha quando si rispettano procedure operative formali, ci vuole molto coraggio a superare questi controlli e fare ciò che pensi possa essere utile. I dipendentidella Southwest Bell, in Oklahoma, hanno agito rapidamente dopo le esplosioni, proprio perché i loro leaders erano fuori città. Quando i leaders sono rientrati, i collaboratori gli hanno detto: “E’ stato un bene che non eravate qua Abbiamo potuto agire rapidamente.” Sebbene i leaders non vogliano mai sentire cose simili, in questo caso furono abbastanza consapevoli da rendersi conto che tutto ciò era vero, e la loro assenza aveva di fatto aggiunto valore.

I leaders che reagiscono rapidamente non pensano alle procedure operative standard. Nello stato del West Virginia, il governatore non attese richieste; invece attivò immediatamente sei aerei C130 della Guardia Nazionale perché andassero a prendere le persone che avevano bisogno di essere evacuate. Gli aerei partirono carichi di aiuti e viveri e dovevano tornare carichi di persone. Il governatore li aspettava quando arrivarono, ma solo tre aerei tornarono carichi di persone. La FEMA rifiutò ad altre persone di salire a bordo degli aerei. Circa 400 evacuati beneficiarono di questo aiuto rapidamente attivato. Anche se il West Virginia è uno degli stati più poveri, riuscì a fare molto di più degli stati vicini molto più ricchi.

In contrasto con i terribili fallimenti del governo, furono le comunità, gli individui ed i piccoli gruppi che hanno reagito immediatamente e positivamente a Katrina. Un commentatore ha descritto queste reazioni su “The Nation”, come “atti di amore in tempo di pericolo”. La comunità di Ville Platte ha dato un esempio della generosa capacità auto-organizzativa che appare sempre nei disastri. Hanno portato avanti i loro “sforzi di salvataggio fatti in casa” con lo slogan “se non noi, chi?”. Una comunità di 11.000 persone, con un reddito medio annuo di 5.300 dollari,  ha avuto la capacità  di aiutare 5.000 senza tetto, traumatizzati, invitandoli a dividere i posti nelle loro case, non come rifugiati o evacuati, ma come “compagnia”. Quelli che avevano una barca sono andati a New Orleans ad unirsi alla “Marina dei Cajun” (I Cajuns sono i cittadini di New Orleans). Hanno salvato persone bloccate sui tetti, raccolto corpi, trasportato feriti al pronto soccorso. Hanno visto persone di alte comunità fare lo stesso. La FEMA non era in circolazione, “Tutto qua, solo noi volontari”.

Ville Platte aiutò migliaia di persone senza alcun supporto federale o della croce rossa. (Avevano provato a chiedere l’aiuto della croce rossa, ma avevano rinunciato dopo 13 giorni di tentativi senza risposta.) Il loro successo non può essere spiegato dal vecchio paradigma meccanico, ma si capisce facilmente con le dinamiche descritte dalla nuova scienza. Noi viviamo in un mondo di relazioni, in cui ciascun evento o persona evoca nuove capacità. Viviamo in un mondo in cui l’ordine nasce dal caos, se le persone hanno la possibilità di prendere decisioni autonome basate su valori e significato condivisi. Viviamo in un mondo in cui reazioni efficaci non richiedono leadership gerarchiche, o un piano organizzativo predefinito in anticipo. Le persone si auto-organizzano per realizzare risultati che valutano importanti.Un componente la comunità dice: “Tutti noi sappiamo come collaborare in modo spontaneo. Mi Dio, stiamo sempre organizzando battesimi e riunioni di famiglia. Allora dov’è che abbiamo bisogno di leadership formale?”.

In un disastro, in cui sono necessarie reazioni molto rapide, le organizzazioni formali sono impedite dagli stessi mezzi che di solito usano per realizzare le cose normalmente. --- catene di comando, leaders designati, procedure, piani, regole e leggi. Noi possiamo affidarci alla compassione umana, ma dobbiamo sviluppare mezzi affinché le agenzie ufficiali supportino e lavorino con la capacità di auto-organizzarsi che le persone hanno sempre nei disastri; anziché frenare queste capacità. I leaders hanno necessità di avere la libertà di prendere decisioni intelligenti basate sulla loro comprensione della situazione, non sulla loro comprensione delle procedure. Il lavoro del leader formale è di assicurare che le risorse sotto il loro controllo giungano ai gruppi locali con la massima rapidità. I leaders devono aver fiducia che le persone inventeranno le loro soluzioni, che faranno buon uso delle risorse che saranno affidate loro. E i leaders hanno bisogno di valorizzare le risposte specifiche create in ciascuna comunità, piuttosto che imporre il rispetto di soluzioni preconfezionate per tutte le circostanze.

Questi comportamenti radicalmente differenti richiedono che noi consentiamo ai leaders ufficiali di agire con saggezza, e che loro abbiano fiducia che le persone auto-organizzino risposte efficaci. Quante storie tristi dobbiamo ripetere prima che comprendiamo questo? Speriamo di imparare da Katrina, che l’unico modo di ripristinare l’ordine dal caos è fare affidamento sull’intelligenza delle persone, sull’amore, e sulla capacità di auto-organizzarsi per realizzare le cose importanti.

Dobbiamo anche affidare alle persone locali le risorse ufficiali: denaro e strumenti per la ricostruzione. Quando la ricostruzione è lasciata ai governi, ai contractors esterni, e a grandi organizzazioni non profit, il progresso viene imbrigliato nelle regole, il tempo passa, i bisogni delle persone non sono soddisfatti, e nessuno, nella comunità locale, è soddisfatto dai risultati. Aiutare iniziative in cui le persone locali fanno il lavoro, sostiene la cultura locale, ricrea coesione nella comunità, e le iniziative stesse sono portate avanti con velocità eccezionale. La pulizia di Ground Zero fu realizzata a tempo di record, senza alcun aiuto da parte della New York tradizionale o altri contractors; le persone hanno fatto gli straordinari, ed hanno rischiato la salute per rimuovere le macerie della loro tragedia.

Questa capacità di creare soluzioni, senza gerarchie tradizionali o una leadership formale si trova nelle comunità dovunque, non solo in quelle che affrontano disastri. Al Berkana Institute, (che ho contribuito a fondare nel 1992) lavoriamo sulla base dell’ipotesi che “i leaders di cui abbiamo bisogno sono già qua.” Abbiamo scoperto che persino nelle comunità economicamente più povere nel mondo, c’è un’abbondanza di leaders. Questileaders lavorano per rafforzare la capacità della loro comunità di fare affidamento su se stessa, utilizzando la saggezza e la ricchezza già presenti nella sua gente, nelle sue tradizioni e nel suo ambiente (visitate
www.berkana.org).  Una relazione della Fondazione Ford sulla leadership nota la stessa cosa. “C’è la sensazione in alcuni nel nostro paese, che ci mancano dei leader che ispirano ... tuttavia uno sguardo più attento ci dice che in tutto il paese gruppi di cittadini preoccupati lavorano insieme, spesso a livello locale, per risolvere problemi sociali complicati. Questi sono i nuovi leaders in America, oggi.”

Abbiamo necessità di considerare con attenzione ciò che stiamo apprendendo sulla leadership in questi tempi pieni di disastri. Spero che impariamo che possiamo fare affidamento su di noi, che siamo “raccolte di potenzialità” che inventiamo soluzioni, impariamo in fretta, e ci sorprendiamo con nuove capacità. Noi possiamo contare su persone che si auto-organizzano velocemente per realizzare risultati importanti per loro. Insieme le persone agiscono in modo creativo, prendono rischi, inventano, consolano, ispirano e producono. Questo è il modo in cui la vita funziona. Possiamo imparare da questa nuova scienza, o possiamo imparare da ciò che accade tutti i giorni da qualche parte nel mondo reale.

Meg Wheatley.
Margaret Wheatley is a well-respected writer, speaker, and teacher for how we can accomplish our work, sustain our relationships, and willingly step forward to serve in this troubling time. She has written six books: Walk Out Walk On (with Deborah Frieze, 2011); Perseverance (2010); Leadership and the New Science; Turning to One Another: Simple Conversations to Restore Hope to the Future; A Simpler Way (with Myron Rogers); and Finding Our Way: Leadership for an Uncertain Time. Each of her books has been translated into several languages; Leadership and the New Science appears in 18 languages. She is co-founder and President emerita of The Berkana Institute, which works in partnership with a rich diversity of people and communities around the world, especially in the Global South. These communities find their health and resilience by discovering the wisdom and wealth already present in their people, traditions and environment (www.berkana.org). Wheatley received her doctorate in Organizational Behavior and Change from Harvard University, and a Masters in Media Ecology from New York University. She's been an organizational consultant since 1973, a global citizen since her youth, a professor in two graduate business programs, a prolific writer, and a happy mother and grandmother. She has received numerous awards and honorary doctorates. You may read her complete bio at http://margaretwheatley.com/bio.html,

Monday, January 30, 2012

Per te hyre ne Europe duhet te ndryshojme

Per te hyre ne Europe eshte e domosdoshme nje thirrje e ndergjegjes kolektive e cila duhet te perfshije edhe komportimin individual te shume shqiptareve te cdo krahu politik dhe social. Shume shqiptare duhet te konsiderojne, qe jetojme ne vitet kur: Bota po ndryshon radikalisht. Edhe ne duhet te ndryshojme komportimet tona dhe priteshmerite tona ne sensin europian per te ruajtur perpsektiven tone europiane.

Un New Deal per il lavoro

Un New Deal per il lavoro - micromega-online - micromega
 
di Luciano Gallino, da Repubblica, 22 gennaio 2012
Ci sono due strade per creare occupazione. Una è quella delle politiche fiscali: lo Stato riduce le tasse alle imprese per incentivarle ad assumere. L'altra vede lo Stato creare direttamente posti di lavoro. Rientrano palesemente nella prima le misure predisposte dal governo che sono entrate in vigore a gennaio.La più rilevante sta nell'articolo 2: prevede, per le imprese che assumono a tempo indeterminato giovani sotto i 35 anni, una deduzione Irap di 10.600 euro per ogni neo assunto, aumentata della metà per le imprese del Meridione.
C'è una obiezione di fondo alle misure del governo: le politiche fiscali presentano una serie di inconvenienti che ne limitano molto la capacità di creare occupazione. Anzitutto esse offrono incentivi a pioggia, ossia non distinguono tra i settori di attività economica in cui appare più utile creare occupazione. Un nuovo assunto è un disoccupato in meno, però sarebbe meglio per l'economia se l'assunzione riguardasse un centro di ricerca invece che un fast food, scelta che non si può fare con incentivi del genere. In secondo luogo bisognerà vedere se le imprese aumentano realmente il personale grazie alle assunzioni incentivate dagli sgravi fiscali, oppure se ne approfittano licenziando appena possono un numero ancora maggiore di quarantenni. Infine le politiche fiscali hanno un effetto incerto. Un'impresa che sa di fruire entro l'anno fiscale di uno sgravio di imposta per ogni assunzione non è detto si precipiti ad assumere tot operai o impiegati il 2 gennaio. È possibile che aspetti di vedere come andranno i futuri ordinativi, i crediti che ha richiesto, i pagamenti dei clienti in ritardo di un anno; con il risultato che, ove decida di assumere, lo fa magari a novembre. Uno sfasamento troppo lungo a fronte di 7 milioni di disoccupati e male occupati in attesa.
Veniamo alla seconda strada. Dagli Usa provengono due casi che attestano, da un lato, la scarsa efficacia delle politiche fiscali per creare occupazione; dall'altro, il ritorno dell'idea che il modo migliore per farlo consiste nel creare direttamente posti di lavoro. A febbraio 2009 il governo Obama varò una legge sulla ripresa (acronimo Arra) comprendente un pacchetto di 787 miliardi di dollari tra riduzione di imposte, prestiti e facilitazioni di vario genere. Secondo uno studio di due consiglieri del presidente, grazie a tale intervento si sarebbe evitato che la perdita di posti di lavoro toccasse i 5 milioni, mentre entro fine 2010 se ne sarebbero creati 3.675.000 di nuovi. E la disoccupazione avrebbe toccato al massimo l'8% a metà 2009 per scendere presto al 7. In realtà i posti di lavoro persi dopo l'entrata in vigore della legge hanno superato gli 8 milioni, quelli creati ex novo erano soltanto un milione e mezzo a metà 2011 e il tasso di disoccupazione ha toccato il 10%.

Forse scottato dall'insuccesso di Arra, a ottobre 2011 il presidente Obama ha presentato al Congresso un altro piano in cui le politiche fiscali hanno ancora un certo peso, però accanto ad esse propone lo stanziamento di 140 miliardi di dollari per mantenere in servizio 280.000 insegnanti; modernizzare oltre 35.000 scuole; effettuare investimenti immediati per riattare strade, ferrovie, trasporti locali e aeroporti e ridare così un lavoro a centinaia di migliaia di operai delle costruzioni. In sostanza, il governo Usa ha deciso di puntare meno sui tagli di tasse e assai più su interventi diretti “per creare posti di lavoro adesso” (così dice la copertina del piano). È un passo significativo verso un recupero da parte dello Stato del ruolo di datore di lavoro di ultima istanza, quello che durante il New Deal creò in pochi mesi milioni di posti di lavoro.

Uno Stato che voglia oggi rivestire tale ruolo assume il maggior numero possibile di disoccupati a un salario vicino a quello medio (intorno ai 15.000 euro lordi l'anno), e li destina a settori di urgente utilità pubblica; tali, altresì, da comportare un'alta intensità di lavoro. Quindi niente grandi opere, bensì gran numero di opere piccole e medie. Tra i settori che in Italia presentano dette caratteristiche si possono collocare in prima fila il riassetto idrogeologico, la ristrutturazione delle scuole che violano le norme di sicurezza (la metà), la ricostruzione degli ospedali obsoleti (forse il 60%). Significa questo che lo Stato dovrebbe mettersi a fare l'idraulico o il muratore, come un tempo fece panettoni e conserve? Certo che no. Lo Stato dovrebbe semplicemente istituire un'Agenzia per l'occupazione, che determina i criteri di assunzione e il sistema di pagamento. Dopodiché questa si mette in contatto con enti territoriali, servizi per l'impiego, organizzazioni del volontariato, che provvedono localmente alle pratiche di assunzione delle persone interessate e le avvìano al lavoro. È probabile che non vi sarebbero difficoltà eccessive a farlo, visto le tante Pmi, cooperative e aziende pubbliche, aventi competenze idonee in uno dei settori indicati, le quali potrebbero aver interesse a impiegare stabilmente personale il cui costo è sopportato per la maggior parte dallo Stato.

La domanda cruciale è come finanzia le assunzioni il datore di lavoro di ultima istanza. Si può tentare qualche indicazione, partendo da una cifra-obiettivo: un milione di assunzioni (di disoccupati) entro pochi mesi. A 15.000 euro l'uno, la spesa sarebbe (a parte il problema di tasse e contributi) di 15 miliardi l'anno. Le fonti potrebbero essere molteplici. Si va dalla soppressione delle spese del bilancio statale che a paragone di quelle necessarie appaiono inutili, a una piccola patrimoniale di scopo; dal contributo delle aziende coinvolte, che potrebbero trovare allettante l'idea di pagare, supponiamo, un terzo della spesa pro capite, a una riforma degli ammortizzatori sociali fondata sull'idea che, in presenza di lunghi periodi di cassa integrazione, proponga agli interessati la libera scelta tra 750 euro al mese o meno per stare a casa, e 1.200 per svolgere un lavoro decente. Altri contributi potrebbero venire da enti territoriali e ministeri interessati dalle attività di ristrutturazione di numerosi spazi e beni pubblici. Non va infine trascurato che disoccupazione e sotto-occupazione sottraggono all'economia decine di miliardi l'anno. John M. Keynes – al quale risale l'idea di un simile intervento – diceva che l'essenziale per un governo è decidere quali scelte vuol fare; poi, aguzzando l’ingegno, i mezzi li trova.

Paul Krugman: Keynes aveva ragione

"E' L'espansione e non la recessione, il momento giusto per l'austerità fiscale." Così dichiarò John Maynard Keynes nel 1937, proprio mentre Franklin Delano Roosvelt stava per dargli ragione cercando, troppo di fretta, di pareggiare il bilancio e spingendo l'economia degli Stati Uniti — che stava costantemente recuperando fino a quel punto — in una grave recessione. Ridurre la spesa pubblica in un'economia depressa, deprime ulteriormente l'economia; l'austerità dovrebbe essere rimandata fino a che una forte ripresa dell'economia è ben avviata.
Purtroppo, a fine 2010 e inizio 2011, politici e istituzioni in gran parte del mondo occidentale credevano di saperla lunga, dicendo che dovremmo concentrarci sul deficit, non sul lavoro, anche se le nostre economie avevano appena iniziato a recuperare dal crollo che seguì alla crisi finanziaria. E facendo leva su tale credenza anti-Keynesiana, hanno finito per dimostrare ancora una volta che Keynes aveva ragione.
Nel rivendicare l'economia keynesiana io sono, naturalmente, in contrasto con la vulgata convenzionale. A Washington, in particolare, il fallimento del pacchetto di incentivi di Obama per produrre un boom occupazionale viene generalmente visto come la prova che la spesa pubblica non può creare posti di lavoro. Ma chi ha fatto i calcoli ha realizzato, fin dall'inizio, che il recupero e il reinvestimento del 2009 (più di un terzo dei quali, tra l'altro, ha preso la forma relativamente inefficace dei tagli fiscali) erano troppo ridotti data la profondità della crisi economica. E abbiamo anche previsto il contraccolpo politico risultante.
Così la vera conferma dell'economia keynesiana non è venuta dagli sforzi timidi del governo federale degli Stati Uniti per rilanciare l'economia, che sono stati ampiamente compensati dai tagli a livello statale e locale. E', invece, venuta dai casi di nazioni europee come la Grecia e Irlanda che ha dovuto imporre una selvaggia austerità fiscale come condizione per ricevere prestiti d'emergenza — e hanno sofferto del crollo economico passando alla depressiva, con il prodotto interno lorod reale di entrambi i paesi giù di due cifre.
Questo non si supponeva che accadesse, secondo l'ideologia che domina gran parte del nostro discorso politico. Nel marzo 2011, il personale repubblicano della Commissione economica mista del Congresso ha pubblicato un rapporto dal titolo 'Meno spesa, meno debiti, rilancio dell'economia'. In questo documento venivano ridicolizzate le preoccupazioni che tagliando la spesa in una fase di depressione si peggiorerebbe la crisi economica, sostenendo che i tagli alla spesa aumenterebbero la fiducia dei consumatori e delle imprese, e che questo potrebbe portare ad una più rapida, e non ad una più lenta crescita...
Lo avrebbero dovuto sapere meglio anche al momento: i presunti esempi storici di 'austerità espansiva' che hanno usato per sostenere questa teoria sono già stati accuratamente ridimensionati. E c'era anche il fatto imbarazzante che molti esponenti di destra avevano affrettatamente parlato dell'Irlanda come di una storia di successo che provava le virtù dei tagli alla spesa, , nell'anno 2010, salvo poi vedere il crollo dell'economia irlandese approfondirsi ulteriormente facendo evaporare qualunque fiducia degli investitori.
Sorprendentemente, tra l'altro, è successo tutto quest'anno. Ci sono state diffuse dichiarazioni che l'Irlanda aveva superato la crisi, a dimostrazione che l'austerità funzionava — poi si sono guardati i numeri ed erano tanto impietosi come prima.
Eppure l'insistenza sulla necessità di tagli di spesa immediati continua a dominare il panorama politico, con dannosi effetti sull'economia degli Stati Uniti. Certo, non c'erano grandi nuove misure di austerità a livello federale, ma c'era un sacco di austerità 'passiva' come i flebili incentivi di Obama e la scarsa liquidità, cosicchè i governi locali hanno continuato a tagliare.
Ora, si potrebbe sostenere che Grecia e Irlanda non ebbero altra scelta che 'imporre di austerità, o, in ogni caso, non avessero altra scelta che dichiarare l'insolvensa nel pagare il loro debito e abbandonare l'euro. Ma un'altra lezione che traiamo dal 2011 era che l'America ha fatto e sta facendo una scelta; Washington potrebbe essere ossessionata con il deficit, ma i mercati finanziari, al contrario, ci stanno segnalando che noi dovremmo chiedere più prestiti.
Ancora una volta, questo non doveva per accadere. Siamo entrati nel 2011 in mezzo a terribili avvisi relativi a una crisi del debito in stile greco che sarebbero accaduti appena la Federal Reserve avesse smesso di comprare obbligazioni, o le agenzie di rating avesserero chiuso il nostro status di tripla A, o il superdupercommittee non fosse riuscito a raggiungere un accordo, o qualcosa del genere. Ma la Fed ha finito il suo programma di acquisto di obbligazioni in giugno; Standard's and Poors ha declassato l'America nel mese di agosto; il supercommittee deadlock nel mese di novembre; e gli oneri finanziari cominciavano allora a cadere. Infatti, a questo punto, i bond statunitensi indicizzati all'inflazione pagano interessi negativi: gli investitori sono disposti a pagare l'America per tenere i loro soldi.
In sostanza il 2011 è stato l'anno in cui la nostra élite politica si è ossessionata sui deficit a breve termine che non sono in realtà un problema e, nel processo, hanno diventati — un'economia depressa e la disoccupazione di massa — il vero problema peggiore.
La buona notizia, come è, è che il Presidente Obama è finalmente tornato alla lotta contro l'austerità prematura — e sembra che sia vincendo tale battaglia politica. E uno di questi anni potremmo in realtà finire per accogliere il consiglio di Keynes, che è valido oggi come lo era 75 anni fa.

Thursday, January 19, 2012

Danimarka, vendi me i lumtur ne bote

Danimarka e para, Islanda e dyta, Japonia e treta. Ky eshte klasifikimi  i vendeve ne te cilet jetohet me mire, i stiluar nga Organizata per bashkepunim dhe zhvillim ekonomik (OECD) ne raportin “How’s Life”, i cili ka marre ne konsiderate dyzete prej shteteve te botes (shih renditjen e plote ne sitin zyrtar)
Ne detaje, OECD ka konsideruar 11 variabla, qe influencojne ne jeten e individit: te ardhurat, punen, banesen, shendetin, pjesemarrjen civile, arsimin, ambjentin, kenaqesine personale, sigurine, ekulibrin midis punes ne shtepi dhe jetes private. Pra ne kete menyre, organizata ka kerkuar te stabilizoje perceptimin, qe kane per mireqenien e vet ne jeten e perditeshme.
Midis 40 vendeve te analizuar, perqindja e njerezve, qe deklarohen plotesisht te kenaqur nga “tipi i dites” se vet eshte e barabarte me nje mesatare  rreth 80%. Nje kuote kjo, e cila megjithate eshte shume e ndryshme nga shteti ne shtet. Ne krye te klasifikimit qendron ato shtete me 90% te njerezve te kenaqur dhe ne shume raste shkon ne mbi 80%, ndersa ne shtete te tjera zbret nen 70%.
E zbritur nga podi ne vendin e katert ndodhet Indonezia e ndjekur nga Holanda, Norvegjia, Suedia, Kina, Britani e Madhe, Austria, Meksika, Irlanda, Australia, Franca dhe Belgjika. Italia gjendet per nen mesataren: me nje kenaqesi pak me te ulet se 70%, ne fakt eshte klasifikuar vetem ne cerekun e fundit. Me keq se ajo jane vetem Turqia (e fundit), Estonia dhe Hungaria.
E pare nga lart poshte, por me nje distance megjithate te reduktuar, jane Izraleli, Portugalia, Greqia dhe India, te cilat jane pak mbi 70%.
Ne prezantimine raportit, sekrtari i Pergjitheshem i OECD, Angel Gurria ka mbeshtetur rendesine e mos fokalizimit vetem mbi nivelin ekonomik te rritjes. “Besoj fortesisht, qe sot, me teper se dy vite me pare,-ka thene ai- duhet te kemi nje vizion me te gjer ne marrjen e vendimeve politike, sepse nje perafrim, i cili konsideron vetem rritjen ekonomike, si ne te kaluaren nuk do te jete apsolutisht i mjaftueshem”.
Raporti “How’ Life” ben pejse ne Better Life Initiative te OECD, i lancuar me rastin e 50 vjetorit te Organizates. Nje nga shtyllat e inisiatives eshte “Better Life index (Bil), i cili kerkokn  te perfshije qytetaret ne debatin ne vijim mbi menyrat per vleresimin e progresit te shoqerise.
Ne kete rast, vendet e marra ne konsiderate jane 34 dhe e reja eshte, qe matesi i ri i cilesise se jetes eshte interaktiv: mbi site. Ne fakt eshte e mundur qe cdo shtet , pra edhe ky yni, te ndertoj nje shkallare te veten per te matur “lumturine” sipas parametrave te vet dhe ta ballafaqoj me ate te te tjereve.

Tuesday, January 17, 2012

Klikimi i 10.000

Koncidence hyra per te bere nje postim dhe pashe qe ishte klikimi i 10.000-te. Kutpohet jo, qe nga celja e blogut por nga momenti kur e vednosa opsionin e llogaritjes se klikimeve. Jo kushedi se cfare, por gjithesesi nje numer modest per nje blog modest. Satatistik modeste por domethenese. Kujtoj se eshte thjesht nje blog individual. Kesaj teme i referohet edhe postimi paraardhes. Ne fakt qenka inkurajues. te nxite te besh me shume postime per te rritur ne kete menyre edhe trafikun e blogut. Bukur!
Filloi qindeshja e 110, mijeshja e 11 dhe dhjetemishi i dyte i lexuesve. Perpara! Pak shaka statistikore.
Nje pershendetje te perzemert dhe nje vleresim te larte per lexuesit e blogut tim.
Faleminderit, qe shpenzoni pjese nga koha juaj e cmuar ne kete faqe web! Mirenjohja ime shkon per JU. Miresevjen klikuesi i 10.001..

Saturday, January 14, 2012

Web, nje arene ballafaqimi

 Blogjet e ekonomistëve të vecantë, shumë shpesh akademike, janë një fenomen i përhapur në Shtetet e Bashkuara të Amerikës. Mund të përmendim si shembull blogjet e Steve Levitt të Freakonomiks, Paul Krugman, Brad De Long, Greg Mankiw, Dani Rodrik, Mark Thome, Jon Taylor etj, të cilët incidojnë mbi vizibilitetin e rezultateve shkencore, mbi reputacionin e autoëeve dhe të universiteteve të tyre dhe mbi opinionin e lexuesve.
Në Italinë fqinje, vecanërisht, për informacionin ekonomik kemi pothuajse ekskluzivisht blogje kolektiv. Kurse në vendin tonë me ndonjë përjashtim të rallë apo të ndonjë portali ekonomik, nuk kemi të aplikuar as rastin e blogjeve individual dhe as të atyre kolektiv. Përse? Kësaj pyetje do të tentoj t’i përgjigjem në fund, bazuar mbi arësyetimin vijues në këtë shkrim.
Referuar prezantimit të mësipërm lindin disa pyetje:
Përse shumë ekonomistë akademik, sidomos në Shtetet e Bashkuara, dedikojnë kohë, mundësi për të administruar një blog?
Ndoshta profesorët, në një moshë të caktuar janë të lodhur nga koha e gjatë e domosdoshme për të botuar në revistat shkencore?
Ata kanë thjesht ambicie të marrin vëmendje më të medhe, të jenë më të dukshëm për vete dhe për punët e tyre shkencore?
Apo e bëjnë këtë për shpirtin e tyre qytetar, për të mbështetur idetë e veta, për të gjeneruar një debat dhe për të pasur një feedback të lexuesve?
Disa prej këtyre pyetjeve u përgjigjet një nga punimet e fundit e Bankës Botërore. Autorët e tij David Mc Kenzie dhe Berk Ozler, vendosin në verifikim empirik disa hipoteza interesante: psh
a) që linket e tetë midis blogjeve më të rëndesishëm amerikan ndaj publikimeve shkencore/working papers të cituara e rrisin në mënyrë domethënëse shpërndarje (frekuenca e download dhe shikimit abstrakt;
 b) që blogjet e ekonomisë e rrisin shikueshmërinë/ reputacionin e autorëve kundrejt kolegëve të barabartë në nivel shkencore;
 c) që blogjet influencojnë interesin dhe opinionin e lexuesve duke parë temat e trajtuara.
Rezultatet janë interesante. Linket nga një blog rritin në menyrë domethënëse e shikimin dhe downloads e publikimeve në muajt te citimeve dhe në ato vijuese. Në këtë punim është iluatruar si disa blogje kanë një efekt “multiplikativ” vërtetë të gjerë: psh një citim i Paul Krugman, Marginal Revolution ose Freaconomics sjell një shtim të shikimit të abstract midis 300 dhe 470 njësi (kundrejt edhe një mesatareje mujore të 10,3 te shikimit të gazetave të National Bureau of Economics Research dhe një impakt mbi download në 33-100 njësi (kundrejt mesatares mujore 4,2 të një gazete).
Efekti reputacion: është pjesërisht interesant; autorët shfrytezojnë rezultatet e një kërkimi survey mbi ekonomistët, që gëzojnë respekt më të madh dhe kryqëzojnë rezultatet me ranking (RePec) te 500 ekonomistëve kryesor në botë, bazuar mbi publikimet shkencore. Kërkimi  synon të masë nëse propabiliteti, që të dukesh në listen e 500 ekonomistëve më të admiruar përtej renditjes shkencore, është i influencuar edhe nga fakti i të qënit apo jo një blogger. Përgjigjia është: aktiviteti i bloggerit e rrit ne 40% propabilitetin, që të dukesh në listen e ekonomistëve të admiruar me efekt ekuivalent me atë të të qënit midis pesëqind ekonomisteve më të mirë vleresuar mbi bazën e rekordeve të publikimeve.
Në fund për të vleresuar impaktin e blogjeve autorët kanë sjellë një eksperiment të rastësishëm mbi 619 midis studentëve te masterit dhe PhD në zhvillimin ekonomik, midis ekonomistëve të rinjë, një pjesë e të cilëve ka qenë ftuar të ndjekin një blog të ri të Bankës Botërore. Rezultatet demostrojnë, që sa janë ekspozuar në blog japin një gjykim më të mirë mbi cilesinë e kërkimit të Bankës Boterore dhe pjesërisht mbi pëlqyeshmërinë për të punuar.
Kurse në Italinë fqinje, e karakterizuar nga blogjet ekonomik kolektiv kjo nuk ndodh. Nëse shfletojmë klasifikimin e 500 blogjeve me te frekuentuar te Blog babël kemi për informacion ekonomik thuajse ekskluzivisht blogjet kolektive në fushën “akademike” (si Lavoce.info, phastidio. Net) janë më të klikuarit. Sigurisht kjo mungesë nuk mund të ketë patur nevojë për nxitësa të brendëshëm të punës shkencore, ky spiegim do të varionte vetëm në se merita akademike do të ishte shumë më tepër e rëndësishme në Itali se sa në Usa (gjë e pamundur, nëse i referohemi rankimit botëror të ekonomsitëve apo universiteteve përkatëse). Po tek ne përse, me ndonjë përjashtim të rallë, nuk ndodh kështu?
Një tjetër spiegim është, që disa ekonomistë mund të vendosin egzaktësisht të njëjtat rezultate të një blogu “individual” duke shkruar në të përditëshme me shpërndarje të gjerë, me një avantazh të padyshimtë të arrijë në një plan të gjerë pa ju dashur të “zbresin në fushë” si një blogger cfarëdo. Por ky spiegim është pjesërisht bindes, sepse në të gjitha vendet e botës ekonomistët shkruajne edhe në të përditëshmet e mëdha, duke qenë njëkohësisht blogger, ndërsa nga ne ekonomisitët, kryesisht ata të përfshirë në politikë, rallë akademikët e mirëfillitë, i shohim thuajse vetëm në shtyp apo intervista telvizive, dhe mbi site kolektiv mikse, jo thjesht ekonomik. Vlen të theksohet se shafqia e tyre është kryesisht reaguese ndaj ngjarjeve apo fenomeneve ekonomike mbasi ato kanë ndodhur. Atyre i nevojitet të shprehen mbi to, sigurisht duke u reshtuar në dy qëndrime të kundërta, pa pika konvergjence midis tyre. Nga kërkimi që kreva në google duke përdorur disa fjalë kyce i gjeta më prezent në shtypin on-line, me artikuj që trajtojnë probleme ekonomike, jo thjesht dhënie informacioni ekonomik, në shtypin e printuar dhe atë ekonomistë si A.Angjeli, A.Civici, A.Malaj, E. Meksi, Z.Preci, Sh. Cani,S. Xhepa.
Megjithatë mbetet një spiegim i bazuar mbi nxitësat e jashtëm; nëse përfitimet individuale në terma të reputacionit personal, shpërndarja e rezultateve shkencore mundësia për të influencuar opinionin publik me një blog janë të përceptuar nga ne si një fraksion i atyre amerikane. Ndofta akademikët dhe intelektualët, ata të fushës ekonomike në këtë rast e gjejnë të jetë më racionale për ta të ndahet pesha midis tyre, duke u asociuar në një sitë kolektiv miks, sic në fakt ndodh në Itali. Mund të jetë ky një moment fillestar.
Si spiegohet një perceptim i tillë? Avancojmë mbi këtë hipotezë.
Sipas meje nëse e nisim gjykimin duke u bazuar ne sasinë e informacionit të ofruar do të kishim këtë argumentim:
1.-një kulturë me e ulët ekonomike, një shpërndarje më e ulet e internetit dhe barrave të gjuhes italiane (në rastin e Italisë) dhe sidomos të gjuhës shqipe (në rastin e Shqiperisë), kundrejt atyre në gjuhën angleze apo gjuhë të tjera më të përhapura, influencojnë një dimension më të vogël të tregut italian dhe atij shqiptar, ose limitojnë imputin e blogjeve ekonomik. Suksesi i la.voce.info, sipas klasifikimit të Blog babel, referuar më sipër, duket kontradiktor me ketë hipotezë dhe mund të shërbej si model i praktikave të mira, kur cilësia bën diferencën;
2.-Nga ana tjetër offerta e kufizuar e informacionit influencon gjithashtu mbi dimensionin e tregut.
3.-Niveli i gjerë i koncentrimit të pronësisë së mediave le hapesirë më të vogël ndaj inisiativës individuale. Në këtë rast modeli ynë është binjak me modelin italian;
4.-  Një kulturë më e ulët ekonomike e vendit, një prirje më e ulët ndaj riskut e intelektualëve tanë apo mungesa e përvojës, frenojnë inisiativën individuale, ndërkohë, që prejardhja post socialiste e një brezi të caktuar të ekonomistëve, apo demonizimi i mbiemrit “kolektive”, si fenomen, në epokën post socialiste nuk favorizon inisiativat kolektive. Te dyja së bashku bëjnë që tek ne të mos ndodh as varianti i blogger individual dhe as atij kolektiv.
Duke kapërcyer këto kufizime, kosideruar rolin tepër qëndror të komunikimit dhe shkëmbimit të informacionit dhe ideve në emancipimin e shoqërisë dhe zhvillimin e vendit, mendoj se duhet shfytëzuar me eficencë dhe mencuri avantazhet e networking. Në gjykimin tim aktivitetet e networking, që kalojnë nga inisiativa individuale prodhojnë avantazhe më të mëdha jo vetëm për ata, që i ushtrojnë.
Luiza Hoxhaj